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In una vecchia foto, una casa del "Dos" e davanti la darsena Dalmeri

 

In una vecchia foto, il parco nei pressi del Cus

 

Nella foto, a destra, villa san Marco e "El Dos"

 

La chiesetta di san Cristoforo dopo il restauro

 

La chiesetta di san Cristoforo illuminata nel periodo natalizio

 

La chiesetta... in alta stagione

 

Panorama del lago dalla passeggiata che parte dalle darsene

 

Un tratto della passeggiata lungolago accanto alle darsene

 

In una vecchia foto, le darsene

 

Le spiagge del lago "qualche anno" fa...

... e oggi

 

Il molo del Cus ieri...

... e oggi

 

La darsena Dalmeri prima del restauro...

... e appena dopo il restauro

 

 

.> San Cristoforo al Lago in breve

 

Centro turistico caro ai trentini, tradizionalmente considerato il "lido di Trento", San Cristoforo al Lago è una piccola frazione del comune di Pergine, in Alta Valsugana; situato a 453 m s.l.m., conta attualmente poco più di 100 residenti. Dista 10 km dall'uscita di Trento dell'autostrada A22, a 140 km da Venezia, 40 km dall'uscita della Valdastico. E' posto sulle rive settentrionali del lago di Caldonazzo, il maggiore dei bacini lacustri di origine naturale interamente compresi nel territorio della Provincia di Trento; grazie a questa felice posizione, durante le giornate estive più calde nella zona spira una leggera e piacevole brezza . Il paese dispone di spiagge erbose pubbliche, stabilimenti balneari, camping, alberghi, ristoranti, il CUS (Centro Universitario Sportivo), una stazione ferroviaria e una rete di stradine di campagna, facilmente percorribili in bicicletta, che collegano gli altri paesi vicini e il centro storico di Pergine Valsugana che si trova a 2 km.

Nel periodo estivo viene istituito sulle principali spiagge libere il servizio "Spiagge sicure" con la presenza di assistenti bagnanti. Le spiagge confinano inoltre con un'area naturalistica protetta caratterizzata da elementi botanici e faunistici di notevole interesse. L'ambiente è dunque ideale per gli amanti dello sport e della natura e rappresenta un'incantevole cornice per chiunque desideri un soggiorno ricco di offerte non solo sportive ma anche culturali e stimolanti. Infatti l'attuale assetto urbanistico del paese è dovuto alla sviluppo del turismo ma il primitivo nucleo abitato si trova ad est dell'insediamento più recente: si tratta del "Dos", adagiato su uno scoglio di roccia, anticamente circondato dall'acqua. Sulla sommità di questo colle si erge l'antica chiesetta di San Cristoforo: la sua costruzione risale al XII secolo e la tradizione vuole che sia sorta sul sito di un tempio dedicato a Diana e Nettuno. Ai piedi del "Dos", in riva al lago, troviamo darsene risalenti al secondo dopoguerra e al secolo scorso: tra queste spicca per dimensioni la darsena Dalmeri, recentemente ristrutturata e destinata ad ospitare un museo dedicato alle genti del lago. Inoltre è stato recentemente recuperato nella stessa zona un antico lavatoio e risistemato il corso del rio che sfocia nel lago: l'antico e il moderno si fondono dunque armonicamente per offrire ad abitanti e turisti lo scenario più incantevole per un soggiorno destinato ad essere ricordato e amato nel tempo.

 

.> Un po' di storia: "El Dos" e il nucleo originario

 

Le notizie riguardanti San Cristoforo al Lago sono piuttosto frammentarie e se si fa riferimento al paese prima del Settecento è per vicende legate alla chiesetta, situata sul colle in riva al lago. Probabilmente l'insediamento nella zona fu condizionato dall'esistenza della vasta palude che arrivava fino a Pergine; estremamente importante fu dunque la bonifica dell'area che, iniziata nel 1777, si protrasse fino ai primi anni del XIX secolo con i lavori sul fiume Brenta. Un nucleo abitato costituito da poche case esisteva comunque in epoca medievale se, come scrive l'Alessandrini (1890), nel 1300 il parroco di Pergine "possedeva la pesca per un tratto di balestra nel lago intorno al Dosso di San Cristoforo e le case poste nella penisola di San Cristoforo colle persone ivi dimoranti erano a lui soggette anche nel temporale". Il paese viene nominato nei primi decenni del XIII secolo come "allodium S. Cristofoli" e da esso prese il nome il lago antistante "lacus Santi Cristofori".

Maggiori informazioni si hanno a partire dal XIX secolo rintracciabili in fonti d'archivio, letterarie e orali. Le campagne sottostanti il colle erano coltivate a cereali, frumento e granoturco, a prato, viti e gelsi (piantati anche come divisoria dei vari appezzamenti) in quanto l'industria serica aveva in quel periodo un posto rilevante nell'economia della zona.

Nel 1904, quando Battisti redige la sua "Guida di Pergine", San Cristoforo vantava "un elegante stabilimento pei bagni" e una "stazione di partenza per un piccolo battello che nei giorni festivi percorre il lago"; la spiaggia in quel punto era boscosa e "una fresca brezza increspa sempre il boschetto".

Nell'area occupata attualmente dal camping, dall'impianto sportivo del CUS e dalle moderne villette nelle vicinanze del lago si estendeva dunque un vasto bosco di circa 3200 mq dove in inverno veniva attivato anche un campo di pattinaggio su ghiaccio. Nelle vicinanze del Dos si trovava anche la "lavandara" molto frequentata dalle donne dei paesi limitrofi per la sua particolarità: l'acqua, in relazione al freddo esterno, era piuttosto temperata anche in inverno.

Sempre all'inizio del secolo scorso furono edificate, nella zona tra la linea ferroviaria e il lago, alcune case di stile nordico; alla vigilia della Grande Guerra vi era poi un importante progetto di sviluppo e ampliamento per San Cristoforo da parte del governo austriaco, svanito nel primo dopoguerra con la sconfitta dell'Austria. Altre ville costruite in quegli anni sono interessanti perché caratterizzate da uno stile particolare che può essere inquadrato nel vasto movimento dell'eclettismo internazionale che trova ampia diffusione in Europa nel periodo compreso tra il 1900 e la Seconda guerra mondiale.

Durante la Prima guerra mondiale, con l'intervento dell'Italia nel 1915, Pergine diventa zona di retrovia e così San Cristoforo fu interessato dal passaggio di truppe e dalla presenza di campi e baraccamenti (circa venti erano i binari che collegavano le stazioni di San Cristoforo e Pergine): furono allestiti ospedali, magazzini per armi e vettovaglie che vennero dati alle fiamme nel novembre 1918 con la ritirata.

Era possibile accedere al lago attraverso due viali alberati: il primo, arrivando da Pergine, iniziava nel cortile dell'hotel San Cristoforo; nel secondo ci si immetteva dalla pensilina della stazione ferroviaria. La dependance dell'attuale Lido esisteva prima della seconda guerra così come era in funzione, nei pressi del bosco, un Lido in legno appartenente all'hotel San Cristoforo fino alla seconda metà degli anni Venti, quando venne divisa tra vari acquirenti la proprietà dell'hotel. Fino al 1930 funzionò una trattoria, "l'Osteria del Pesce", sul colle della chiesetta e, dove ora è ubicato l'ex albergo Centrale, vi era un'osteria con rivendita di tabacchi. Un altro albergo era il Miralago (attuale albergo Sedran): un'ultima osteria era quella situata nelle vicinanze del colle, sotto la villa Romanese. Brentari, nella sua guida, nomina inoltre "l'Osteria all'Anitra": il primo nucleo di quello che diventerà l'hotel San Cristoforo.

 

.> La chiesa di San Cristoforo

 

E' certamente una delle più antiche della zona ma è ignota l'epoca di costruzione; la "chiesetta di S. Cristoforo" viene comunque nominata in un documento del 1215, ed i beni ad essa appartenenti sono chiamati "Allodio, Allodium S. Christofali".

Sorge su un piccolo colle, in riva al lago, che anticamente era circondato dall'acqua e, secondo il Bottea, "ha origine dalla pietà degli uomini di Ischia e di Canale, dediti nei tempi antichi singolarmente alla pescagione". In un documento conservato presso l'Archivio Storico di Pergine, ed attribuito dall'archivista Alessandrini  al sindaco di Pergine Baldessare Ippolito si legge inoltre che "vi è tradizione anticha che la Chiesa di S. Cristoforo presso il Lago di Pergine sia stata antichamente dedicata a Diana, e che perciò tuttora gli abitanti di Lischia e di Tenna conservino il detto - per Diana Stella, de Diana Stella - il quale detto però potrebbe anche provenire dalla dea Diana che per certo apparisce dalla iscrizione essere stata venerata nell'antichissimo Tempio di S. Ermete di Calceranica".

Nel 1370 si trova ricordato un uomo, chiamato "Monacus S. Christophori", al quale era affidata la cura della chiesa finché nel 1400 venne ceduta al parroco di Pergine, che godeva dei diritti di pesca per una parte di riva attorno al colle, "per un tratto di freccia", a condizione che si occupasse della sua conservazione e che vi celebrasse alcune messe all'anno; i vicini di Canale e di Ischia si "assumevano l'obbligo di pagare a lui la decima dei frutti raccolti su alcuni stabili a lui spettanti".

Il luogo di culto venne in seguito abbandonato perché distante da Pergine, Ischia e Canale, e certamente anche l'esistenza della palude non favoriva l'insediamento e la frequentazione della chiesa; nel frattempo era stata costruita la curiaziale di Ischia e gli abitanti di quest'ultima località dimostravano poco interesse per la chiesa.

L'edificio venne provvisto di un nuovo altare nel 1519, restaurato nel XVII secolo, ed arricchito di alcuni arredi dopo "forti reclami dei vicini di Canale e di Ischia", ma poi nuovamente abbandonato finché nel 1809 fu adibito ad uso profano: "la piccola campana fu ceduta alla vicinia di Ischia, la pala dell'altare fu collocata nella chiesetta di S. Antonio, e il calice è posseduto dal parroco".

Nel 1904 Battisti parlando della chiesetta "di forma svelta, elegante" scriveva che "è ora in completa rovina ed è adibita ad uso profano". Ed infatti veniva utilizzata come magazzino e deposito attrezzi da Faustino Corradi.

La chiesa subì vari restauri e rimaneggiamenti: quello del 1703, commissionato dall'arciprete Prada di Pergine "cancellò l'originario assetto romanico-gotico dell'edificio e le pitture a fresco di cui era decorato" e Baldessare Ippoliti a questo proposito sottolinea che "gli uomini più vecchi di Pergine attestano d'aver udito che l'arciprete Prada abbia fatto ristorare detta chiesa l'anno 1703 e che in questa occasione abbia fatto colla calce coprire una pittura sul muro fatta antichissima che rappresentava Diana attorniata da altre figure rappresentanti delle Ninfe (...). Il signor Bortolo di S. Cristoforo si ricorda d'aver vedute le pitture di color cenerino".

Tale fatto confermerebbe, secondo l'Ippoliti, l'antica tradizione della dea Diana. In ricordo di tale restauro rimane una lapide con iscrizione.

Del nucleo originario si conservano "il portale gotico e il campanile trecentesco a cuspide piramidale in muratura": il campanile venne danneggiato da un fulmine nel 1972 e la parte terminale è stata ricostruita.

La campanella è probabilmente una delle più antiche del Perginese. Altro intervento fu quello del 1906: nel 1905 infatti vi fu una transazione tra Faustino Corradi, che la usava come rimessa, e la parrocchia di Ischia: la chiesa venne aggregata ad Ischia e fu restaurata ed abbellita con la nervatura gotica della volta del presbiterio.

Attorno alla chiesa sono stati rinvenuti resti umani: nel 1762 "fu trovato un sepolcro fatto di mura in forma circolare, dentro il quale si conteneva una gran quantità di ceneri assai puzzolenti, ed appresso vi era rinserata una falce, ed un pomo di spada, ed una manaia (...). Nel dosso poi, su cui giace la sopraddetta chiesa di S. Cristoforo, furono sotto terra ritrovati pezzi di lance, balestre, e moltissime frecce antiche".

Una gradinata porta sul sagrato della chiesa, davanti alla quale è possibile vedere un masso di grosse proporzioni, piatto, che fino ai primi decenni di questo secolo raggiungeva un'altezza di uno o due metri e che è stato più volte minato in occasione di feste, coscrizioni, ecc., perdendo la consistenza originaria.

Una parentesi va fatta per la storia della campana della chiesetta, che porta incisa la data dell'anno 1520. Negli archivi della parrocchia di Ischia è riportato che all'epoca dall'invasione napoleonica la campana fu portata in paese e successivamente collocata sul proprio campanile per sottrarla alla razzia delle truppe; lì rimase per 160 anni. Nel 1806 la chiesetta di san Cristoforo fu sconsacrata e adibita a deposito di attrezzi. Ma gli anziani di San Cristoforo riportano una storia diversa: nel 1915 quando l'Austria, allora in guerra, requisiva le campane per fonderle e farne cannoni, fu deciso di togliere l'antico e prezioso manufatto e nasconderlo sul fondo del lago di Caldonazzo. Avendo poi saputo che qualcuno aveva fatto la spia alle autorità austriache, una notte la campana fu portata a Ischia e nascosta in un luogo quasi inaccessibile, chiamato "Volt del diaol".

Alla fine della guerra fu collocata sul campanile della parrocchia dove rimase fino al 1954. Il suo suono non si accordava molto bene con quello delle altre campane, forse per la particolare e antica lega della fusione. Dalla gente era chiamata "la Vecia" e quando arrivavano i temporali e la grandine veniva suonata perché la "Madonna col braccio alzato" che vi era scolpita allontanasse la tempesta. Nel 1927 l'antica chiesetta di san Cristoforo venne riaperta al culto e da allora fra la parrocchia di Ischia e la frazione vi furono contrasti per la proprietà della campana. Finalmente nell'agosto del 1954 venne rimessa al suo posto originale.

 

.> Il lago e la pesca

 

Il lago di Caldonazzo, situato a quota 450 m, ricopre una superficie di 5.627.475 mq, ha un perimetro di 12.150 m, è lungo 1.870 m e raggiunge una profondità massima di 49 m (media di 26,50 m): è il più vasto bacino lacustre del Trentino. Anticamente il lago si estendeva fino a Pergine ed il suo livello è calato con l'abbassamento del letto del suo emissario, il Brenta (o la Brenta) dal quale appunto quest'ultimo ha origine.

In alcuni documenti è nominato come "Lago di S(an) Cristoff(or)o" a motivo del fatto, probabilmente, che una porzione apparteneva ai domini del Principe Vescovo ed una ai signori di Caldonazzo (sulla sponda sud del lago): nel 1257 Geremia, figlio di Bertoldo di Caldonazzo, possedeva la sesta parte del lago e da questi passò poi ai conti Trapp quando conseguirono la signoria di Caldonazzo nel 1259.

Un diritto antichissimo era riservato al parroco di Pergine, legato alla chiesetta, quello di pescare attorno al colle di San Cristoforo, ricordato in un documento del 1363 e conservato secondo l'Alessandrini nella canonica di Pergine; tale consuetudine si risolse con l'obbligo di consegnare quattro libbre di pesce grosso ogni settimana, da maggio a novembre.

Nell'Ottocento il diritto di pesca spettava per 3/5 al castello di Pergine e per 2/5 ai conti Trapp. Nel 1904 il Battisti scriveva che "in esso, sulle rive, coll'amo, hanno diritto di pesca tutti, all'interno con reti solo i proprietari che oggi sono alcuni signori di Pergine in comunanza coi conti Trapp ai quali spettano due quinti del lago in feudo inalienabile".

Per quanto riguarda la porzione spettante al castello di Pergine si trovano numerosi contratti di locazione: da uno di questi contratti, quello del 1753, risulta come il lago costituiva anche una comoda via di comunicazione per i paesi della giurisdizione di Pergine ed era attraversato da barche e "zatte" considerate abusive dai possessori del lago.

Il passaggio di proprietà del 1895 dal castello di Pergine ai signori Ruggero Grillo, Eduino e Giovanni Chimelli, Francesco Montel e Giuseppe Crescini, tutti di Pergine, col quale questi diventarono "proprietari della parte settentrionale del lago di Caldonazzo", non è chiaro. Si potrebbe forse ipotizzare l'intenzione da parte del governo austriaco di promuovere un maggiore sfruttamento del patrimonio ittico e del lago: nel documento contrattuale si fa infatti riferimento ad una società che doveva "durare dieci anni ed eventualmente prorogarsi in seguito, quando non venisse data opportuna disdetta" tra i suddetti signori di Pergine e il conte Gottardo Trapp, per le rispettive porzioni di lago, "onde dare un maggior sviluppo ed incremento alla pescicoltura ed eventualmente anche all'industria dei forestieri permettendo che verso la corresponsione di un equo importo sia percorso in tutte le direzioni ed in tutta la sua estensione da barche".

Il punto di demarcazione tra San Cristoforo e Caldonazzo era "una linea ideale retta che si diparte dalla foce del Rivo detto delle Giare sotto Tenna e va sino alla foce del Rio Sambugar che scorre tra il confine fra Calceranica e Bosentino".

Nel maggio 1904 subentrarono quali possessori Silvio Dalla Torre di Pergine ed Edoardo Massimo Paoli di San Cristoforo che acquistarono la "porzione del lago di Caldonazzo e precisamente la parte superiore che è rappresentata da circa 3/5 parti dell'intera sua estensione". Nel 1905 assistiamo a una nuova transazione: Silvio Dalla Torre vende a Ferdinando Putz di Monaco, in comproprietà con Paoli, la parte consistente nella porzione di lago e in un bosco, ex proprietà dell'hotel San Cristoforo; l'altra metà viene ceduta nel 1909 dal Paoli a Edoardo Mueller di Berlino, insieme al caseggiato adibito ad albergo, il bosco, lo stabilimento bagni ed alcuni appezzamenti di terreno.

Numerosi sono i passaggi di proprietà tra le due guerre mondiali, con l'intervento di due banche di Verona e la creazione di alcune società; nel secondo dopoguerra, proprietaria dei diritti era la famiglia Dalmeri (la darsena ai piedi del colle di San Cristoforo, risalente all'Ottocento, porta ancora questo nome) e attualmente, dopo l'esproprio del 1983, è la Provincia Autonoma di Trento.

Per concludere, occorre ricordare l'annosa questione tra i vari proprietari del lago e i "rivieraschi", cioè i censiti nei comuni di Ischia (che comprendeva nei secoli scorsi San Cristoforo) e Castagné, riguardo il diritto di pesca: tale vertenza si concluse il 6 dicembre 1899 con il giudizio della Suprema Corte di Giustizia di Vienna nel quale si riconosceva ai suddetti comuni "il diritto di esercitare la pesca alla pedina nella porzione del lago di Caldonazzo (...) mediante amo, reti ed arnesi da pesca di ogni sorta stando lungo la sponda o penetrando dove un uomo può entrare senza l'uso della barca".

Per concludere occorre ricordare la leggenda popolare che narra la nascita del lago. Essa racconta che un tempo dove oggi si stende il lago di Caldonazzo, nell'ampia vallata tra la Marzola e il colle di Tenna, esistevano due grandi città. Erano Susa e Caldòn, due grossi paesi abitati da gente molto ricca ma anche molto egoista e dura di cuore: addirittura vi era in vigore una legge che proibiva ai mendicanti di chiedere la carità per le strade mentre nel chiuso delle belle case e delle nobili ville la gente gozzovigliava, mangiava e beveva. Un giorno si presentò alla porta orientale di Susa un vecchio malvestito, che camminava appoggiandosi a un bastone. Un gendarme lo bloccò proprio mentre stava per mettere piede in città e con uno strattone lo gettò a terra. Poi, sghignazzando con i suoi compari, afferrò il bastone del vecchio e con un colpo secco lo spezzò in due. Così deriso, il vecchio si tirò in piedi a fatica, raggiustò in qualche modo il suo bastone, e si diresse a Caldon. Entrò in città senza che nessuno lo fermasse ma appena osò chiedere un tozzo di pane due guardie gli furono addosso, lo riempirono di botte e lo cacciarono da una delle porte del borgo. Solo una povera vedova e suo figlio gli offrirono ospitalità, dividendo con lui il pane secco e quel po' di latte che erano già sul tavolo per la cena. Il mendicante, grato per il gesto generoso, prima di partire avvertì la famigliola di rimanere chiusa in casa qualunque cosa dovesse succedere quella notte e di non aprire neppure le finestre fino all'indomani. Poco dopo mezzanotte, infatti, accadde che le nuvole del cielo si aprirono e un torrente d'acqua cadde sulla valle: tuoni e fulmini tremendi scossero le foreste attorno e fiumi in piena travolsero le mura, le città e le chiese di Susa e Caldòn. La vedova e suo figlio obbedirono all'avvertimento del mendicante e solo la mattina seguente si affacciarono alla porta: un enorme lago si stendeva là dove fino ad allora erano i due paesi. Di tutte le case della valle solo quella della vedova s'era salvata e ora la porta d'ingresso stava a poche decine di metri dalla riva di quel nuovo lago, che prese il nome di "Caldonazzo". E talvolta, nelle sere col cielo coperto, chi ha lo sguardo acuto può intravedere sul fondo l'ombra scura di un curato che cammina sott'acqua tutto curvo per il peso dei suoi peccati, con in mano il breviario aperto sulla quinta beatitudine: "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia...".

 

Bibliografia

Jole Piva, "San Cristoforo al Lago" a cura del Circolo Turistico di San Cristoforo

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